Ogni giorno nel mondo 70.000 persone perdono tutto a causa di un evento climatico

250 milioni di sfollati negli ultimi dieci anni secondo il rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite
A metà del 2025, 117 milioni di persone erano state sfollate a causa di guerre, violenze e persecuzioni. Tre su quattro di loro vivono in Paesi esposti a rischi elevati o estremi legati al clima. E questi numeri descrivono solo parzialmente il dramma in corso in molte parti del pianeta. Negli ultimi 10 anni, infatti, i disastri legati al clima hanno causato circa 250 milioni di sfollamenti interni, pari a circa 70.000 sfollamenti al giorno, 2 ogni 3 secondi. Che si tratti delle inondazioni che hanno colpito il Sud Sudan e il Brasile, del caldo record in Kenya e Pakistan o della carenza d’acqua in Ciad ed Etiopia, le condizioni meteorologiche estreme stanno spingendo al limite comunità già fragili.
A offrire un quadro dettagliato della situazione che stanno vivendo questi sventurati è il rapporto dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Nel report si legge tra le altre cose che per molti di quelli che sono stati costretti ad abbandonare le loro case, loro situazione non è che sia poi migliorata: tre rifugiati o sfollati su quattro vivono attualmente in Paesi esposti a rischi climatici catalogati come da elevati a estremi. E se è vero che 1,2 milioni di rifugiati sono tornati a casa all’inizio del 2025, metà di loro si ritrova comunque in zone vulnerabili al clima. Tra l’altro, si legge sempre nel report dell’agenzia Onu, quasi tutti gli attuali insediamenti di rifugiati dovranno affrontare un aumento senza precedenti del calore pericoloso. Il 75% del territorio africano sta subendo un deterioramento e oltre la metà degli insediamenti di rifugiati si trova in aree soggette a forte stress. Entro il 2050, i quindici campi profughi più caldi del mondo, situati in Gambia, Eritrea, Etiopia, Senegal e Mali, dovranno affrontare quasi 200 giorni o più di stress da calore pericoloso all’anno. Da aprile 2023, quasi 1,3 milioni di persone in fuga dal conflitto in Sudan hanno cercato rifugio in Sud Sudan e Ciad, due paesi tra i meno attrezzati per far fronte alla crescente emergenza climatica. Ed entro il 2040, si legge nel report dell’Unhcr, il numero di paesi che dovranno affrontare rischi climatici estremi potrebbe aumentare da 3 a 65.
«In tutto il mondo, le condizioni meteorologiche estreme stanno mettendo a rischio la sicurezza delle persone. Stanno compromettendo l’accesso ai servizi essenziali, distruggendo case e mezzi di sussistenza e costringendo le famiglie, molte delle quali sono già fuggite dalla violenza, a fuggire ancora una volta», spiega affermato Filippo Grandi, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. «Si tratta di persone che hanno già subito perdite immense e che ora devono affrontare nuovamente le stesse difficoltà e devastazioni. Sono tra le più colpite da gravi siccità, inondazioni mortali e ondate di calore record, eppure dispongono delle risorse minime per riprendersi».
In molti luoghi, i sistemi di sopravvivenza di base sono sotto pressione. In alcune zone del Ciad colpite dalle inondazioni, i rifugiati appena arrivati dal Sudan devastato dalla guerra ricevono meno di 10 litri di acqua al giorno, ben al di sotto degli standard di emergenza. Entro il 2050, i campi profughi più caldi e che potrebbero affrontare quasi 200 giorni all’anno di stress termico pericoloso comporteranno gravi rischi per la salute e la sopravvivenza: molti di questi luoghi rischiano tra l’altro di diventare inabitabili a causa della combinazione letale di calore estremo e alta umidità.
Fonte Unhcr